Léopold Senghor: “A New York”

NYC e il quartiere di Harlem visti attraverso gli occhi di Léopold Senghor, massimo poeta africano del '900 e padre della NEGRITUDINE

Léopold Senghor (1906-2001) politico e poeta senegalese di lingua francese, è stato il massimo poeta africano del ‘900 ed una delle figure più autorevoli della cultura mondiale.

Eletto primo Presidente della Repubblica del Senegal nel 1960, dopo la liberazione dal colonialismo francese, ha guidato il suo paese per vent’anni, fino al 1980, dopo esser divenuto, nel periodo tra le due guerre, il padre, vate e ideologo, della NEGRITUDINE, il grande movimento di affermazione della specificità culturale africana, da un punto di vista sociale, politico e artistico-culturale.

Senghor è stato uno straordinario cantore dell’unità dell’uomo con la natura, di ispirazione surrealista (ma di un surrealismo metafisico non empirico, come quello occidentale) e legata ad un’esaltazione in chiave dionisiaca dell’esistenza, abbandonando l’apollineo mondo tipicamente occidentale e abbracciando l’affascinate e mitico retagio culturale africano. La sua fede cristiana (in un paese a maggioranza musulmano) influenzerà la sua visione poetica e dimostrerà la tolleranza religiosa esistente in Senegal.

L’arte africana viene fornita di un necessario principio di utilità, infatti l’arte negra non è veramente estetica che nella misura della sua utilità,della sua funzionalità” dunque questo presupposto ne fa un arte collettiva. E’ una poesia che si nutre dei sensi, carica di denuncia e di malinconica ricerca di una cultura madre, suggestiva nei suoi scenari africani quanto in quelli estranei, come un’ancestrale litania cantata nelle calme notti stellate africane e, allo stesso tempo, carica di pungente frustrazione e rabbia per l’oppressione.

Eppure, la poesia di Senghor non è mai “etnicamente” vincolata, anzi è in grado di spaziare geograficamente, registrando le impressioni di viaggio dello stesso poeta, in cui palpita il tam tam lontano del cuore africano. Infatti, per il cantore della negritudine

la vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere

Come mostra la poesia qui riportata A NEW  YORK

Credits photo: weber-street-photography.com

New York! Mi ha confuso, dapprima, la tua bellezza, queste grandi
ragazze d’oro dalle lunghe gambe.
Così timido, dapprima, di fronte, ai tuoi occhi di metallo blu, il tuo
sorriso di brina.
Così timido. E l’angoscia nel fondo delle vie dei grattacieli
Che leva ai suoi occhi di civetta fra l’eclisse del sole.
Solforosa la tua luce e livide le antenne, le cui punte folgorano il cielo
I grattacieli che sfidano i cicloni sui loro muscoli d’acciaio e la pelle
patinata di pietre.
Ma quindici giorni sui marciapiedi calvi di Manhattan
-E alla fine della terza settimana vi assale la febbre con un balzo di
giaguaro.
Quindici giorni senza pozzo né pascolo, tutti gli uccelli dell’aria
Che cadono morti all’improvviso sotto le alti ceneri delle terrazze.
Non un riso di bimbo in fiore, la sua mano nella mia fresca mano
Non un seno materno, solo gambe di nylon. Gambe e seni senza
sudore né odore.
Non una parola tenera nell’assenza di labbra, solo cuori artificiali
pagati con moneta solida
E non un libro in cui leggere la saggezza. La tavolozza del pittore
fiorisce di cristalli di corallo.
Notti d’insonnia e notti di Manhattan! Così agitate di fuochi fatui,
mentre i claxon urlano ore vuote
E le acque scure trasportano amori igienici, come i fiumi in piena
cadaveri di bambini.
Ecco il tempo dei segni e dei conti
New York! Ecco il tempo della Manna e dell’issopo.
Basta ascoltare le trombe di Dio, il tuo cuore battere al ritmo del
sangue il tuo sangue.
Ho visto in Harlem fremente di rumori di colori solenni e di odori
folgoranti
Questa è l’ora del tè in casa del rappresentante di prodotti farmaceutici
Ho visto prepararsi la festa della Notte alla fuga del giorno.
Proclamo la notte più veritiera del giorno.
Questa è l’ora in cui nelle vie, Dio fa germogliare la vita di prima
della memoria.
Tutti gli elementi anfibi raggianti come soli.
Harlem Harlem! Ecco che ho visto Harlem Harlem! Una brezza verde
di grano sorgere dai selciati solcati dai piedi nudi di danzatori Dan
In groppa onde di sera e seni come punte di lancia, balletti di ninfe e
maschere favolose
Ai piedi dei cavalli di polizia, i manghi dell’amore rotolare dalle case
basse.
E ho visto, lungo i marciapiedi, ruscelli di rum bianco ruscelli di latte
nero nella nebbia azzurra dei sigari.
Ho visto il cielo nevicare alla sera fiori di cotone e ali di serafini e
pennacchi di stregoni.
Ascolta New York! Ascolta la tua voce maschia di rame la tua voce vibrante
di oboe, l’angoscia ostruita delle tue lacrime piombare in
grossi grumi di sangue
Ascolta battere in lontananza il tuo cuore notturno, ritmo e sangue del
tam-tam,tam-tam sangue e tam-tam.
New York! Dico New York, lascia affluire il sangue nero nel tuo sangue
Che lubrifichi le tue articolazioni d’acciaio, come olio di vita
Che dia ai tuoi ponti la curva delle groppe e l’elasticità delle liane.
Ecco tornare i tempi antichissimi, l’unità ritrovata la riconciliazione
del leone del toro e dell’albero
L’idea legata all’atto, l’orecchio al cuore, il segno al senso.
Ecco i tuoi fiumi sonori di caimani muschiati e di Lamantini dagli
occhi di miraggio. E nessun bisogno di inventare le sirene.
Ma basta aprire gli occhi all’arcobaleno d’aprile,
E le orecchie, soprattutto le orecchie, a Dio che con un riso di
sassofono creò il cielo e la terra in sei giorni.
E il settimo giorno, dormi del grande sogno negro

(L. Sénghor, Poesie dell’Africa)

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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