Riflessioni sul calcio d’agosto (anzi, di luglio)

Pensieri e parole da Cassano a Neymar passando per la Cina e l'America

Fino a qualche anno fa si usava la locuzione calcio d’agosto per descrivere tutto quel fenomeno che ruotava intorno all’orbe pallonaro di amichevoli contro compagini di boscaioli, di allenamenti in montagna o preparazioni atletiche su percorsi di guerra da far invidia ai marines. Tutto veniva derubricato sotto lo stesso mantra: calcio d’agosto. L’accezione era molte volte a un passo dal negativo, una partita con il marchio agostano stampigliato sopra era immediatamente retrocessa a sfida dal valore quasi nullo, giocata solamente per sgranchirsi le gambe, utilizzata dagli allenatori per mettere alla prova acquisti dal nome roboante o perfetti sconosciuti, o per fare cassa a un botteghino che dalla fine del campionato non aveva visto più il becco di un euro. O di una lira, meglio.

Oggi il tempo è tornato indietro. Che non esistono più le mezze stagioni è un dato ormai da tempo acquisito dal sentire comune, ma che il calcio ha modificato profondamente i suoi ritmi è un fatto al quale ancora non siamo abituati. Al 25 luglio, infatti, l’Inter, per fare un esempio, ha già disputato quattro amichevoli, scendendo in campo per la prima volta il 6, con avversari del calibro di Schalke 04 o Lione e domani è attesa dal Tottenham; la Roma ha pareggiato contro il Paris Saint Germain degli sceicchi e il 30 luglio attende la Juventus. Dove? Negli Stati Uniti d’America. Il Napoli ha giocato quattro partite, tra le quali una con il Carpi e una contro il Chievo; il Milan, dopo tre amichevoli contro Lugano, Borussia Dortmund e Bayern Monaco (con vittoria prestigiosa per 4-0), domani sera farà addirittura il suo esordio ufficiale in Europa League contro i romeni del CSU Craiova per il terzo turno preliminare della competizione.

Insomma, non è più calcio di agosto, ma di luglio: le date si sono spostate, ma anche gli scenari sono profondamente modificate. A Pinzolo, Lavarone e Selva di Val Gardena come teatro delle prime partite si è passato a Shenzen e Pasadena. Il saggio direbbe: è la globalizzazione, baby, e tu non puoi farci niente. Non è solo la globalizzazione, ma il sintomo evidente di uno sport che si è fatto sempre più business, sempre più prodotto commerciale e, di conseguenza, televisivo. Il calcio come prodotto d’esportazione e veicolo pubblicitario per di marchi al top nel mondo che, di volta in volta, sponsorizzano un torneo amichevole, organizzano una partita in una location insolita (a volte assurda) o, semplicemente, portano in giro per il mondo i loro lunghi baffi o triangoli a strisce che campeggiano su coloratissime maglie in cui lo stemma ha un posto sempre più piccolo rispetto allo sponsor.

Questa non vuol essere una critica, ma uno spunto di riflessione che porti ognuno di noi a domandarsi: è questo il calcio che voglio? Questo è lo stesso sport di cui mi sono innamorato da bambino e che vorrei insegnare ai miei figli ad amare?

da ITA Sport Press

Questo è lo sport in cui si parla di Neymar al Paris Saint Germain per 220 milioni di euro. Non mi scandalizza la cifra, ma il fatto che uno dei migliori giocatori del mondo potrebbe andare nel campionato meno competitivo tra quelli più importanti d’Europa, lasciando il Barcellona, per vincere un titolo che, come prestigio, vale forse un quarto di una Liga: nel nome dello sponsor. Questo è lo sport in cui Antonio Cassano organizza conferenze stampa con ritmi isterici per annunciare, smentire e annunciare il suo ritiro dal Verona, dal calcio, no non mi ritiro, sì lascio Verona ma voglio giocare in Liguria perché mi manca la mia famiglia. No no, sapete che vi dico? Mi ritiro proprio.

Ti ritiri tu? chiede un ciclista. Tara tara ta, risponde l’altro. Proprio come in una barzelletta, con la differenza che qui non c’è proprio niente da ridere. Anzi.

Emanuele Giulianelli

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