Salvatore Quasimodo: “Il mio Paese è l’Italia”

'Il mio Paese è l'Italia' venne composta negli anni dell'immediato dopoguerra, anni in cui il poeta era custode di sentimenti duri e malinconici nei confronti del suo Paese

Il 2 giugno 1947 l’Italia, in seguito ad un referendum, lasciava la propria impronta monarchica per diventare una Repubblica, a favore della quale si erano espressi 12.718.641 italiani tra uomini e donne. Sì, perché il 2 ed il 3 giugno di quell’anno, per la prima volta e dopo ventidue anni di regime fascista, vi furono elezioni a suffragio universale durante le quali le donne acquisirono il diritto di voto.

Si decise da subito di celebrare una Festa della Repubblica in occasione di questo referendum. Una festa, quella del 2 giugno, durante la quale è consuetudine che il Presidente della Repubblica doni una corona d’alloro al Milite Ignoto sulle note del Canto degli italiani (Inno di Mameli).

Celebriamo questa ricorrenza con le parole di Salvatore Quasimodo dedicate al suo Paese.

Il mio Paese è l’Italia

Più i giorni s’allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti.
Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, là i reticolati
per la quarantena d’Israele,
il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
là Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!

Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

Francesca Viviana Pagano

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