Sessione estiva: il racconto di uno studente

Voli pindarici di uno studente in sessione estiva

Il Sole, il caldo, le feste ed i drink ghiacciati. Questa è l’estate. L’estate che avrei voluto, ma almeno per un po’ non è altro che un fugace miraggio nell’afa di luglio. Ebbene sì, è luglio e la mia estate non è ancora iniziata. In trappola tra mura di fotocopie stampate, incatenato da file di approfondimento e dispense. Il mio personale inferno: la sessione estiva.

La mia scrivania era un campo minato. Un quaderno di appunti, pile di libri ancora chiusi, penne sparse ovunque, tipo il sangue su una scena del crimine. Era raccapricciante. Avevo appena finito di sottolineare un capitolo con il mio fidato evidenziatore  giallo fluo, l’excalibur dello studente universitario, e stavo per svuotare l’ennesima, ma speravo anche l’ultima, macchinetta di caffè. La testa scoppiava e lo studio era ancora troppo prima di un esame sempre più vicino. L’una di notte, ventotto gradi, la mia soglia di attenzione scesa a mezz’ora. Pausa.

Cellulare alla mano, sigaretta nell’altra. 3600 foto caricate su Instagram ogni sessanta secondi. Di queste foto tuttequelle che ho potuto vedere erano foto di spiagge, feste, vacanze. In ognuna di queste non poteva mancare il dannato hashtag “lo do a settembre“. Chi me lo aveva fatto fare di studiare con questo caldo, con questa estate, con questa vita? Non mi perdo d’animo. Un tiro di sigaretta per rilassare i nervi. Continuo a scorrere la mia bacheca in cerca  di notizie interessanti per colmare quei quindici minuti di assoluto e piacevole nulla. Troppi concerti a cui non potevo andare. Poi, il mio flusso di informazioni da palmo si soffermò su qualcosa. “Petizione contro il concerto di Marylin Manson: già 2500 cattolici dicono no”. Marylin Manson, il capobranco degli incompresi, almeno da queste parti in cui l’apparenza è tutto. Se si fosse presentato in giacca e cravatta a cantare le sue canzoni nessuno gli avrebbe detto nulla, forse, ma sicuramente, non sarebbe stato Manson.

Migliaia di cose più interessanti di quello che stavo studiando mi punzecchiavano la mente, eppure dovevo ricominciare. Due giorni all’esame ed un programma da finire.

Dalla finestra saliva della musica. Continuando a scrivere appunti su appunti, non potevo fare a meno di notare che non si trattava della tipica musica rumorosa e inutile da bar. Passava il tempo. Nirvana, Soundgarden, Red Hot Chilli Peppers, Alice in Chains. Più cercavo di non ascoltare quella musica così dannatamente bella, più mi sembrava di stare perdendo qualcosa.  Non era solo la possibilità di condividere un momento con uno sconosciuto a sua insaputa. Non era solo musica, era quell’angolo temporale di assoluta pace che sentivo stesse per fuggire.

La musica si placò per un secondo per poi ricominciare. Like a stone degli Audioslave. La buonanima di Chris Cornell. Posai il libro e mi rollai una sigaretta uscendo fuori al balcone. Il libro non sarebbe andato da nessuna parte. Cercai con lo sguardo la fonte di quella musica. Proveniva da un balcone del palazzo di fronte. Era l’unico con la luce accesa e da dietro le tende due ombre ballavano l’una con l’altra. Mi godetti quel momento, osservando, ascoltando, dimenticando. Come tutti i momenti, anche quello finì. Pensai che magari un giorno ci avrei scritto qualcosa sopra. Rientrai. La mia sfida era ancora nel pieno.

Il motivo per il quale avevo scelto di dare proprio quell’esame a luglio non era un impellente bisogno di stare sui libri. Nemmeno un atto di assoluto e puro masochismo. Avevo bisogno di recuperare esami lasciati indietro, non crediate che durante la sessione di settembre me ne starò a godermi una solitaria spiaggia assolata a vassallo della pigrizia. A settembre sarò di nuovo qui, a bere litri di caffè, a incenerire grammi su grammi di tabacco e a cercare di accaparrarmi l’ennesimo voto inutile. L’unica differenza è che, probabilmente, con me ci sarete anche voi.

Basta ora. Per oggi ho finito. Domani la mia battaglia ricomincerà, per andarmi a prendere un voto. Un voto che non mi rappresenterà mai comunque. Non sono un 30 come non sono un 18 o un 25. Io non sono un numero, ma non posso andare a dire questo all’esame.

Mario Rotolo

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