Ultimatum a Netflix: a Cannes tutti in taxi

Pedro Almodovar, quest'anno presidente della giuria del Festival di Cannes, si è scagliato contro Netflix

Cannes come i taxisti? il paragone non e peregrino. È davvero singolare vedere alcuni dei più esclusivi e inesorabili mediatori del successo altrui, come i grandi organizzatori dei festival e dei premi, armarsi e partire all’attacco dei nuovi incumbent del mercato.
Certo, Netflix non è una cooperativa di autori indipendenti, è uno straordinario potere multimediale che si è insediato nel crocicchio vitale fra distribuzione globale e produzione audiovisiva.
Inoltre Netflix, come tutti i service provider che inesorabilmente diventano content provider, interferisce con il formato e sopratutto con il modello di fruizione dell’opera, il che, nel caso del mercato cinematografico, significa che turba e devia i flussi delle risorse.

Ma in realtà cosa è stato il cinema fino ad ora se non un continuo alternarsi di soggetti che miravano a deviare le risorse del sistema?

A cominciare dalla sua nascita commerciale, con la prima casa di produzione e di distribuzione allestita da Thomas Edison nel 1903, che fondava il modello di business del cinema sulla visione a pagamento in locali attrezzati, appunto i cinema.

Come ben sappiamo i due geniali fratelli Lumiere, che organizzarono la mitica proiezione del Natale del 1895, non pensavano al cinema come oggi lo viviamo, ma credevano che il vero oggetto che si sarebbe diffuso sarebbe stato il proiettore, che, con le prime macchine cineprese, avrebbe permesso ad ogni famiglia borghese della Francia della belle epoque di godersi a casa i propri filmini.
Thomas Edison sconvolge il mercato, e apre uno squarcio da cui si riversa sul mondo una cascata di sogni e di racconti che tutt’ora occupa il nostro immaginario.

Ma anche Edison dovette fare i conti con una turbativa. Infatti lui si era attrezzato per produrre film sulla costa orientale, attorno a New York, dove giravano i capitali per finanziare le produzioni. Invece, proprio nel fatidico anno del 1903, data che vede anche la progettazione della prima catena di montaggio di Henry Ford, un altro intraprendente signore, anzi signora, compra 100 acri di terra su una collina a ridosso di Los Angeles, dove nulla poteva crescere se non agrifogli e per questo ironicamente chiamata Hollywood. Lì prende forma il fantastico distretto della celluloide che parlerà a tutto il mondo.

Da allora i soci fondatori di quel distretto hanno fatto valere il loro privilegio di guidare la più imponente e poderosa macchina culturale e narrativa del pianeta, decidendo, chi, come e perché poteva affacciarsi a quella magica finestra.

Nessuno ebbe da ridire quando cominciarono negli anni 50 le prime intese commerciali con i network televisivi, e quando negli anni ’80 Time Warner, uno dei soci fondatori del distretto, si fuse con AOL.
Erano aggiustamenti interni. Ora  invece  il  gioco diventa, come ormai accade ovunque irrompa la rete, disruption, ossia distruttivo dei vecchi equilibri. Non solo arriva un nuovo incomodo, ma cambia radicalmente l’economia del sistema, con un abbattimento dei proventi tradizionali – botteghino, diritti televisivi e off line – e una nuova nuova offerta di fruizione personalizzata e casalinga che disintermedia non  solo i cinema, ma anche i produttori.
A Cannes è cosi andato in scena l’ormai inevitabile rito dei tassisti che si arroccano contro UBER.
Ma proprio i tassisti ci mostrano come l’innesto sul mercato di nuove culture, prima ancora di nuovi prodotti o servizi, sia destinato a mutare anche gli altri attori. Infatti nelle principali città ormai cominciamo a vedere le prime piattaforme e app delle cooperative delle vecchie macchine bianche che cominciano ad adeguarsi alla domanda. Cosa faranno i sacerdoti del mercato cinematografico? cosa farà Aldomovar, arruolatosi in questa battaglia di retroguardia? oggi in discussione non è più solo l’estetica cinematografica, semmai sia stata un tema di reale scontro culturale, quanto proprio la natura e la semantica del linguaggio cinematografico. E sopratutto la fisionomia delle figure professionali che cominciano a premere ai confini dell’impero: registi, sceneggiatori, raccontatori, video writer, web video maker, stanno ormai reinterpretando quello straordinario e ancora centrale mestiere del produttore di sogni e di segni.
È con loro, più che con Netflix, che bisogna parlare. È con loro che devono collegarsi i nuovi impresari dei linguaggi audiovisivi come le città, le aziende, i grandi centri culturali e le associazioni. Ormai il vaso di Pandora è scoperchiato, si può ritardare la corsa ancora di qualche tempo, ma, come diceva Victor Hugo, c’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un’idea il cui momento è ormai giunto.

Michele Mezza

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta


Warning: Illegal string offset 'note' in /home/caffecar/public_html/newsandcoffee.it/wp-content/themes/dialy-theme/functions/filters.php on line 223
<

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.